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La
Grotta di San Corrado
Da
sempre ha catalizzato la vita eremitica locale
Un filone d’oro dell’eremitismo
cattolico passa per il Val di Noto nella Sicilia sud-orientale,
che ha visto fiorire una plurisecolare esperienza eremitica lungo
le valli dei Monti Iblei sin oltre i Pizzoni. Soprattutto è la
grotta di San Corrado - dove egli visse e dove morì il 19
febbraio 1351 alla cava dei Pizzoni - che ha sempre catalizzato la
vita eremitica locale, divenuta intensa dopo che Leone X lo
dichiarò Beato il 28 agosto 1515.
Tra i tanti ‘uomini di Dio’ – i quali sulla scia di San
Corrado Confalonieri vi hanno vissuto il Vangelo sine glossa –
ricordiamo il beato Antonio Etiope (+1550) molto venerato in
Brasile, i venerabili Pietro Gazzetti di Modena (+1671), Alfio da
Melilli (+1708) e Girolamo Terzo da Noto (+1758), come anche fra
Giambattista Fabbrica da Milano (+1705), fra Francesco da
Magdeburgo (+1751) al secolo Nicola Ernesto Millen, già luterano,
fra Carmelo Tasson da Portolongone, già capitano, fra Giuseppe Lo
Res Spinosa di Alessandria (+1769), fra Luigi Belleri da Pavia
(+1778) e gli spagnoli fra Giuseppe Cicamo già militare, fra
Giuseppe Omne vescovo in partibus e fra Mattia Davias; inoltre
recentemente gli eremiti orionini frate Ave Maria (+ Butrio 1964),
fra M. Bernardo da Montalto Ligure (+1974) e fra Antonio Taggiasco
(+1983). Sulla roccia della loro preghiera e carità sta la
religiosità del nostro popolo.

Testo
estratto dalla VITA di S. Corrado
scritta
da mons. Salvatore Guastella nel 1955
L’Anacoreta
Qui comincia il periodo che chiameremo”classico” della vita
di San Corrado. E’ tutta una serie di meraviglie, che ti
riempiono l’anima e ti esaltano. Fra Guglielmo lo accoglie
fraternamente, gli assegna una povera cella presso la sua e
un po’ di fieno per letto. Di ciò Corrado è contentissimo, e
nel tempo che ivi passa stringe tale intimità con Guglielmo,
al quale torna poi vantaggiosa consentendogli di apprendere
alla scuola di Corrado il segreto della vera santità. E
Scicli deve il suo fulgido astro al Sole di Noto.
Intanto i fiumi di sapienza celeste che
fluiscono dal suo labbro, nonché lo splendore dei suoi
esempi e dei suoi portenti lo hanno fatto conoscere nella
sua vera luce. L’anima del popolo che intuisce lo ha già
caratterizzato. Egli non è più il povero pellegrino, nemmeno
il compagno
e discepolo di Guglielmo, ma il
Santo.
S’accresce pertanto il numero dei visitatori e ammiratori.
Pietro Buccheri, il figlio di Guglielmo come alcuni altri
dediti al mondo, on vede di buon occhio il nuovo compagno
del padre, né che egli ne segua l’esempio in una forma di
vita austera e penitente. Quest’animosità non turba Corrado,
bensì dispiace all’umiltà sua l’ossequio degli altri; e gli
pesano tante visite che gli interrompono le meditazioni e le
preghiere. Egli brama la solitudine e anela a maggior
austerità ed asprezza di vita. Ed eccolo fuggire inosservato
nella famosa grotta dei Pizzoni, la quale passerà alla
posterità con il nome di “Grotta di S. Corrado”. Essa
s’interna ai piedi di un’aspra roccia che sembra fatta per
predisporre lo spirito ad inabissarsi nella meditazione
delle cose eterne. Lasciamo che Corrado la santifichi con la
sua presenza e l’illustri coi suoi portenti, e il ruvido
speco si trasformerà in uno dei santuari più famosi
dell’Italia, meta di innumerevoli pellegrinaggi. Tutto
contento vi passa in preghiera e digiuno i primi due giorni:
poi va ad elemosinare un po’ di pane e torna alla grotta.
Questa da allora in poi è la sua vita. Viene a Noto per
l’adempimento dei doveri di religione; ogni venerdì va alla
chiesa del Crocifisso. Le sue giornate trascorre solitario
al suo romitaggio nella orazione, nelle penitenze e nel
lavoro. L’unione con Dio è l’aspirazione della sua vita.
Appende alla parete della caverna un crocifisso; per letto,
tavolo, sedile gli basta il piano sassoso della grotta. Per
suppellettili, una zucca seccata per tenervi un po’ d’acqua
e pochi arnesi per andar coltivando quel terreno deserto. Lo
scarso pane lo chiede in elemosina il sabato a Noto ed Avola.
Oh, se quella grotta potesse parlare, quali meraviglie non
si svelerebbero al nostro sguardo! Noi vedremmo Corrado
nel’ambiente divino delle estasi, delle visioni di cui il
cielo lo favorisce: nella ruvida grotta teatro di tante
meraviglie, noi ammireremmo un riflesso del cielo, un
prolungamento del Paradiso!
Bartolo Longo, notaro, vuol mandare all’amico Corrado un
paio di fiaschi di vino. Il servo cammin facendo pensa tra
sé che all’eremita può bastarne uno; l’altro lo nasconde tra
i cespugli. “Dov’è l’altro fiasco che hai nascosto?” gli
domanda scrutandolo negli occhi fra Corrado. “Bada – replicò
poi – che una serpe vi sta sopra: che non ti morda quando lo
pigli!”.
Andando un devoto a visitarlo è sorpreso da repentino
temporale. Si nasconde in una grotta e vi si addormenta. Fra
Corrado vede in spirito l’imminente pericolo di colui e,
pregando và a svegliarlo. Dopo pochi momenti un fulmine
colpisce la grotta: l’avrebbe incenerito.
Nicola Vassallo vuol mandare al buon eremita una forma di
cacio, ma la moglie sostiene sia sufficiente metà. Il
Vassallo insiste, e il figlio si presenta alla grotta con la
forma intera. Fra Corrado divide il formaggio dicendo al
giovanetto: “Questa metà è di tua madre e questa di Gesù
Cristo”. Pensa una volta l’Anacoreta di staccare dalla sua
grotta un masso ingombrante, e chiama in aiuto dei giovani.
Quando questi vedono di quale pietra si tratta gli dicono
che è impossibile a sì poche braccia di smuoverlo. Ma Fra
Corrado fiducioso in Dio, fatto il segno della croce, li
prega di provar visi; ed egli da una parte, gli altri
dall’altra vi riescono con mirabile facilità. Rientrato
nel’antro, nel quale essi hanno visto non esservi nulla, ne
porta fuori pani caldi, che distribuisce. I giovani restano
attoniti al doppio prodigio. Ed uno di essi anzi vuole ad
ogni costo rimanere col Santo come eremita, ma non sa poi
perseverare nel buon proposito.
“Padre – lo prega un giorno un amico – io voglio che oggi
veniate a mangiare a casa mia, ché ho comperato dei pesci;
vi prego per carità di venire” . E il Santo: “Dio rimeriti
la vostra anima per tale carità; ma non fa bisogno per oggi”.
Alle insistenze gli dice che i pesci da lui comperati sono
stati già preda del gatto. L’amico tornato a casa trova
appunto per ciò in collera la moglie.
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